lunedì 21 maggio 2018

Persepolis

Mentre sto immaginando un viaggio nel Paese che da sempre vorrei visitare, mi sono concessa un assaggio della sua cucina, con grande soddisfazione. A Modena c'è questo ristorante, Persepolis, a dieci minuti a piedi dal duomo. Ambiente e gestore accoglienti, il locale è gestito da marito e moglie, lei in cucina e lui in sala, ed è frequentato anche da iraniani, buon segno. Ve lo racconto attraverso i piatti. Ho dimenticato di fotografare gli antipasti - cucu sibzamini, kask e bademjan e il dough, lo yogurt salato da bere - ma vi rimando a un sito dove trovate le ricette.

Bademjan vegetariano
Soupeh jo
Shirin polo vegetariano
Keyk
Majun
Dolce del giorno con sciroppo di melagrana
la sala
grappa persiana


Ristorante Persepolis

Persian Mama

mercoledì 4 aprile 2018

La vendetta del coniglio (contrappasso)

Meglio tardi che mai, ho trovato il giusto biglietto d'auguri per pasqua.
:D (Grazie a Tiziana).

Auguri!

Qui l'originale, nel catalogo della British Library, Rabbit beheading a man (ms Royal 10 E, fol. 61v).

'The Smithfield Decretals' (Decretals of Gregory IX with glossa ordinaria), Toulouse ca. 1300, illuminations added in London ca. 1340 (BL, Royal 10 E IV, fol. 61v).

giovedì 15 marzo 2018

Salva l'agnello (e non solo)

Ermanno Giudici, Il sacrificio degli agnelli è un peccato di gola, in "La rivista della natura". Il titolo non mi piace, tira in ballo due termini ('sacrificio' e 'peccato') che proprio non aiutano la discussione. Però leggete l'articolo, perché usa toni pacati per informare su una situazione esistente. Diciamo che ci si rivolge a chi compra nei supermercati perlopiù. Il tema è sempre piuttosto impegnativo, perché prima o poi si tira in ballo l'etica. Perché uccidere degli esseri viventi qualche domanda ce la deve pur porre.
E un po' ci casco pure io nel raccontare quel che vedo intorno. Generalizzando, mi pare di individuare alcune tipologie di comportamento ricorrenti nei confronti dell’ambiente e degli animali (vivi o morti) e dei prodotti animali: quelli che non vengono toccati né dalle immagini violente né dai discorsi pacati; che, se si soffermano sulla questione, considerano gli animali alla stregua di cose, e comunque a nostra disposizione – secondo una gerarchia inculcata dal cristianesimo, dove l’essere umano è superiore alle bestie senz’anima. Della molteplice natura accettano senza conflitti che vi siano gli 'animali da reddito', etichetta neutra e impersonale, e le 'bestie' selvatiche e libere (anche se si tratta di animali domestici), che 'stanno bene così', perché 'è il loro istinto'. Qui si collocano benissimo i cacciatori – che comprano e maneggiano armi, che vedono il sangue e l'oscenità della morte – e la maggioranza degli onnivori indifferenti che non percepisce il problema ambientale (l’insostenibilità della pesca intensiva e degli allevamenti, del consumo di acqua e di suolo legati a queste attività, delle disparità sociali e quindi l'accesso al cibo e all'acqua nelle diverse parti del mondo) prima ancora di qualsiasi obiezione di tipo etico riguardo a esseri viventi o perfino prima della preoccupazione per la propria salute (per il tipo di proteine o per la resistenza agli antibiotici).
Magari fra cent’anni, quando le persone con questa mentalità vecchia saranno morte, come lo sarò io, a poco a poco diverrà senso comune, o comunque sarà più diffusa la consapevolezza della mostruosità che stiamo perpetrando allevando, per ucciderli, milioni di animali ogni giorno. Se penso a quale era la sensibilità su questi temi un secolo fa, forse si può timidamente sperare.
All'opposto ci sono quelli che soffrono e si preoccupano per le scellerate scelte ambientali fatte dalla politica – trivellazioni, consumo di suolo, allevamenti di animali, pesticidi in agricoltura, disboscamento eccetera. Siamo pochi, siamo vigili e non incidiamo in modo significativo sui consumi, anche se vorremmo e ci proviamo. Partecipiamo a incontri e conferenze e ci riconosciamo l’un l’altro, perché poi siamo sempre gli stessi, e pochini.
Non mangiare animali è la decisione che si propone di superare la ricaduta più cruenta e insensata, ma porta con sé, a mio avviso, un ampio ventaglio di scelte collaterali: ridurre drasticamente il consumo di plastica, gli imballaggi, riutilizzare più volte, non comprare prodotti delle multinazionali e di quelle industrie che fanno male ai lavoratori oltre che all’ambiente. Operare piccole scelte quotidiane per schivare il più possibile tutte le trappole pensate per il consumatore medio e ridurre la propria impronta ecologica (sapendo che ci sarà sempre qualcuno che si occuperà di inquinare, danneggiare, sfruttare).
Questo individualismo conduce a un'altra categoria di consumatori di carne animale, che ho incontrato di frequente presentando il libro o vendendolo in qualche mercatino: quelli che scelgono il chilometro zero. Ne parla anche l’articolo: ridurre la filiera, non incoraggiare i lunghi trasporti. Con soddisfazione ciascuna di queste persone affermava di conoscere un macellaio, quello che macella le carni di animali ben alimentati e ‘felici’. Ovvio che qui la discriminante è il ceto sociale (carni buone – sulla fiducia – per chi se lo può permettere) oppure la conoscenza o la parentela con l’allevatore di campagna che ammazza il maiale, tira il collo alla gallina, colpisce alla nuca e scuoia il coniglio. Fa un po’ arrabbiare, mors tua, vita mea: il suv e la bagnarola, l’aragosta e il polpettone; da un lato una nicchia privilegiata, ai consumatori da supermercato, invece, le carni di bassa qualità di animali allevati in tempi brevissimi con mangimi che contengono di tutto e imbottiti di medicinali; carne inscatolata, insaporita e colorata artificialmente oppure pesce (in filetti, inscatolato, surgelato, intero, a pezzi) nutrito chissà come in piscine sovraffollate o pescato in un mare pieno di plastica insieme a tonni delfini tartarughe. Ci si consola così, che sia un consumo di nicchia. Qui ci collocherei anche quelli che per carità, l’agnello a pasqua mai e poi mai, ma non si negano il pollo arrosto o la bistecca di vitello, come se questi morissero di morte naturale.
Nessuno è obbligato a diventare vegetariano o vegano, naturalmente; sono scelte che si possono fare (oppure no) considerando gli innumerevoli annessi che oggi si porta dietro l’abitudine al consumo di carne (e pesce). Su questo bisogna proprio farci un pensierino. Ridurre, diminuire.
Per chiarire che chi si astiene e chi no fanno entrambi una scelta individualistica sì, ma di segno opposto: da una parte la sottrazione – nel consumo di acqua, di energia, nell’acquisto di beni superflui (e quanti sono!) – dall’altra l’intento di continuare a ottenere il meglio per sé; mi pare che l’uno e l’altro siano motivati da convinzioni molto diverse su ciò che è bene (per il pianeta) o giusto (per tutti quanti).

Be’, buona pasqua (immagino si stia avvicinando, dato il fiorire di ‘salva l’agnello’).

domenica 25 febbraio 2018

Seminario presso Ginkgo Yoga

E così, è andata. Un giorno e mezzo ai fornelli ma - mi è sembrato - partecipanti decisamente soddisfatti.
Vi mostro la foto della sala prima dell'arrivo degli iscritti, con la magnifica collezione di campane tibetane di Edoardo Cicconi.
E poi il buffet, ahimè, pressoché terminato - il tempo di dire due parole sulla mia cucina ma soprattutto di apparecchiare e approntare tutto, e ecco che mi sono dimenticata di immortalare l'insieme!



p.s. piatti di ceramica, posate di metallo e bicchieri di vetro: esistono le lavastoviglie, per fortuna, e si evita di usare la plastica.

Che cosa ho cucinato:

empanadas finocchi e porro
empanadas verza e funghi shiitake
hosomaki con carota e avocado
farinata
rotolini zucchine con semi di canapa
foglie di indivia con misto di mela e bacche di goji
riso allo yogurt
börek
uova (appena) sode
focaccia alla segale con semi di finocchio
focaccia di farro
insalata cavolo cappuccio rosso e verde

da bere c'erano tisane, succhi e lassi al cardamomo

biscotti speculoos



Vi mostro meglio alcune preparazioni nella 'cena degli avanzi'.