Da perfetta inesperta (tipo Albanese che fa il sommelier) mi sono calata per qualche ora nella per me affascinante pratica dell'assaggio di vini: la manifestazione è evidentemente rivolta ai professionisti del settore ma tante altre persone curiose e più o meno preparate nella degustazione affollano i banchetti degli espositori, a volte faticando un po' per ottenere quel goccio che ti viene offerto.
All'ingresso si prende un bicchiere (niente tasca portabicchiere, perché antiecologica), la brochure con l'elenco degli espositori e la mappa e si comincia il giro: assaggiare tutto è impossibile, almeno per me. Con il mio accompagnatore abbiamo anche escogitato una tecnica antispreco, per non gettare l'avanzo nell'apposita vaschetta: metà per ciascuno - certo, quando la quantità dell'assaggio è davvero ridotta, il secondo si becca il fondo del bicchiere, che rende qualsiasi vino una schifezza indistinguibile. Così dopo un po' incominciamo usare anche l'altro bicchiere.
Fiera del vino artigianale, quindi niente solfiti in molti casi (alcune aziende presentano solo vini senza solfiti aggiunti); non tutti vendono direttamente, e parecchi di quelli dai quali si poteva acquistare direttamente hanno terminato le scorte la domenica pomeriggio.
Il mio percorso si è personalizzato con gli assaggi dei vini bianchi sloveni e friulani, una passione di lunga data, forse cominciata quasi vent'anni fa con uno dei vini migliori, l'Oslavje di Radikon (Gorizia). Da simili vette non si può che scendere, poi. Un vino che va sul mercato dopo almeno nove anni di affinamento. Di Radikon abbiamo fatto l'assaggio completo: Slatnik, Jakot (tokaj), Ribolla, Oslavje. Poi, per non farci mancare niente, anche il Merlot - veramente super, da far dimenticare tutto il merlot bevuto finora (sempre detto da una che ne capisce poco ma assaggia tanto). Purtroppissimo avevano finito le scorte, ma così le nostre tasche erano salve.
Fra gli sloveni di Brandulin abbiamo assaggiato in successione Malvasia, Jakot, Rebula (l'accento è sulla 'u', mantenuto nell'italiano ribolla), Belo, e poi quelli dei produttori Batic, Movia, Sveti Martin, Čotar, JNK, Kramar. I vini sono sempre più o meno pinot grigio, malvasia, jakot, rebula e uvaggi (per lo più con chardonnay, sauvignon).
Fra gli italiani Podversic, Princic e il citato Radikon.
Un assaggio anche di vino della Mosella, dolcino, assai meno soddisfacente per il mio palato.
Non potevo ignorare il vino macedone (Grecia), così ho fatto un paio di assaggi - uno particolarmente buono) del produttore Ktima Ligas.
Incredibile ma vero, mi sono astenuta dall'assaggiare i miei amati vini francesi (e c'era pure un Sauternes...).
Comunque, dopo una sosta obbligatoria per procacciarsi la cena al banco dei formaggi e a quello del pane più caro del mondo, ripartiamo alla ricerca di una bottiglia di vino rosso per accompagnare la suddetta cena (eh sì, sono un tantino stagionale e quando c'è ancora la neve preferisco bere vino rosso). Qui l'esperienza si fa più ardua: il vino rosso asolfitico-artigianale-biologico ha per il mio personale gusto troppe incertezze e non è tanto facile trovare qualcosa di soddisfacente - e così... via ancora con assaggi! Troppo acidulo il barbera della Cascina Roccalini, passiamo ad assaggiare il roero della Cascina Fornace, due varianti di sangiovese della Cantina Margò (Umbria), il Pignatello di Barraco (Sicilia), il teroldego (forse Beato me, ma ormai non so più quale) di Redondel, veramente buono ma ha finito tutte le bottiglie. Alla fine - si fa tardi - penso che in Emilia Romagna troveremo un vino onesto e gradevole. Torniamo a casa con una bottiglia di Il Maiolo 2006 (barbera, bonarda, cabernet sauvignon, merlot).
Divertente. Magari per la prossima edizione meglio introdurre il bancomat, sia per l'ingresso che per l'acquisto, èh.
livewine.it, Palazzo del ghiaccio, Milano.
lunedì 7 marzo 2016
Live Wine - Salone internazionale del vino artigianale
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venerdì 26 febbraio 2016
Latte fresco?
Sono noiosa, lo so. Magari è tutto a norma di legge (sappiamo anche quanto possa essere fallimentare, ambigua, sbagliata o aberrante tale norma) ma non riesco proprio ad accettare che venga venduto come fresco latte che è perfettamente commestibile così a lungo dopo la data di scadenza. Si conserva dunque nei secoli il latte a lunga conservazione?
Non uso quasi mai il latte, lo compro molto di rado e nemmeno mi ricordo perché avessi acquistato questa bottiglia (presumibilmente qualche giorno prima della data di scadenza indicata); il tentativo fallito di produrre del paneer con del latte che non cagliava nemmeno con aggiunta di plutonio, poi, mi aveva scoraggiato definitivamente.
Ora vi dico solo che questa foto è stata scattata il 18 febbraio 2016, quando ho consumato l'ultimo goccio di questo latte fresco biologico che sapeva ancora di latte fresco, e forse anche di biologico.
Non uso quasi mai il latte, lo compro molto di rado e nemmeno mi ricordo perché avessi acquistato questa bottiglia (presumibilmente qualche giorno prima della data di scadenza indicata); il tentativo fallito di produrre del paneer con del latte che non cagliava nemmeno con aggiunta di plutonio, poi, mi aveva scoraggiato definitivamente.
Ora vi dico solo che questa foto è stata scattata il 18 febbraio 2016, quando ho consumato l'ultimo goccio di questo latte fresco biologico che sapeva ancora di latte fresco, e forse anche di biologico.
lunedì 15 febbraio 2016
Chiarificazione
Non mi era mai stato troppo chiaro quali derivati animali potesse contenere il vino e - lo ammetto - non mi ero mai presa la briga di approfondire, nel timore di scoprire qualcosa che avrebbe dovuto indurmi a rinunciare a berlo. Ci sono - pochi - alimenti dei quali non credo di poter fare a meno e il vino e uno di questi (l'altro è lo yogurt greco - l'ho già detto?).
Da tempo - da quando ci sono stata per la seconda volta (perseverare è diabolico) - mi rode la tentazione di rilasciare una recensione negativa su un locale vegano che si trova nella mia cittadina e mi trattengo ogni volta dallo scriverla perché in fondo mi dispiace: questo genere di locali dovrebbe crescere e prosperare, ma se quello che ho mangiato io è quanto sono in grado di offrire nella media, mammaiut!
Questo locale ha pareti verde acceso e una forte illuminazione al soffitto. Non dico di colorare le pareti di rosso pompeiano ma fior di consulenti potrebbero suggerire un minimo di inclinazione per l'ospitalità e l'accoglienza, tipo evitare colori freddi e luci da mensa aziendale. Vegano = salutista = verde. Anche no, grazie. Il personale: professionalità zero; prontezza e attenzione zero. Improvvisazione, questo sì. Non che sia l'unico: mi è capitato di mangiare in ristoranti stellati e trovarci degli allievi della scuola alberghiera classificabili a prima - e a seconda - vista come non sapiens - goffi oltre l'immaginabile, e impreparati. Giusto che abbiano il tempo di imparare ma 'stagisti' senza speranze magari no, ecco ("braccia rubate all'agricoltura", si diceva una volta).
Be', per tornare al vegano, la signorina molto, molto naïf che avrebbe dovuto occuparsi dei tavoli insieme al giovane non sapiens in sembianza umana vagava con aria smarrita per il locale, senza portare a termine nessuna delle azioni intraprese. Che importa, in un ristorante la cosa importante è il cibo: scelgo un piatto unico con diversi assaggi, tutti - ma proprio tutti - con lo stesso identico non-sapore. Credo sia difficile snaturare così il cibo. Perfino la roba scondita delle diete più crudeli ha una qualche caratteristica che distingue un alimento dall'altro. Forse dovrei precisare che si distinguevano un po' le carote, che sapevano di stantio e di frigorifero. E torniamo al vino, quanto mai necessario per mandare giù la sbobba. Non avvezzi al cliente alcolista, dimenticano di portarlo. Dopo vani tentativi, riusciamo ad attirare l'attenzione della signorina, che si perde due o tre volte per strada e... niente vino. Ci alziamo dal tavolo, alla ricerca di qualcuno che possa o voglia darci retta e ritroviamo al signorina di là, tranquillamente seduta, in pace con se stessa. Chiediamo nuovamente di avere il vino. Arriva il non sapiens con la bottiglia e un cavatappi professionale ma... oops! non lo sa usare. Fa malamente a pezzi la capsula, poi inizia a sbriciolare il tappo prima di defilarsi borbottando qualcosa con aria ebete. Ormai il cibo nei piatti è semifreddo (ma tanto che differenza fa). Torna con la bottiglia aperta (!) e la lascia lì sul tavolo: non si sogna né di scusarsi né di versarlo né tantomeno di portare dei bicchieri in aggiunta a quelli dell'acqua. Vorrei chiedere se hanno dei bicchieri a stelo ma sono troppo avvilita.
Il piatto con gli assaggi insapori, un piatto con un tortino di polenta e un po' di seitan a spezzatino, una bottiglia di vino: 53 euro. Giudizio: mai più.
E così m'è proprio scappata la recensione. Non dirò il nome del locale né dove si trova. Per mia esperienza, si mangia di gran lunga meglio in ristoranti non vegetariani che adattano o propongono piatti vegetariani/vegani. E non da ultimo per l'aspetto del locale e per il servizio.
Ritorniamo finalmente al vino: in commercio si trova del vino vegano passabile, anzi buonino. La maggior parte però, stando ai miei assaggi, non compete con il vino prodotto tradizionalmente. Infine: mi ha confortato scoprire che l'incidenza dei derivati animali in questa produzione concerne la chiarificazione, nella quale si utilizzano i derivati delle uova e del latte e devono sempre essere indicati in etichetta, indipendentemente dalla quantità presente. Serve a stabilizzare il vino e a migliorarne le qualità organolettiche.
La regolamentazione sull’uso dei chiarificanti fa capo al regolamento base UE 822/87 e parliamo di:
- gelatina animale (non da bovini)
- albumina (sostituibile con bianchi di uova montati a neve con un pizzico di cloruro di sodio)
- bentonite
- caseinato di potassio (per vini bianchi), in combinazione con bentonite
- sol silice
- colla di pesce
- gelatine di origine vegetale, sempre più utilizzate dall'emergenza "mucca pazza" in poi.
Albumina di sangue e sangue in polvere sono invece vietati, anche se erano molto usati in passato.
Ho preso le informazioni dal sito dell'enologo Lorenzo Tablino, dove le trovate spiegate in dettaglio.
Vale sempre l'invito a leggere le etichette, che sono disciplinate dal Regolamento europeo entrato in vigore il 13 dicembre 2014 (ne avevo parlato anche io qui).
Lunghetta ma interessante la lettura della Guida alla lettura delle etichette alimentari - etichette di olio e vino, a cura di Gabriella Lo Feudo e CREA - Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria.
Morale: il vino continuerò a berlo, buono possibilmente, e sarò più contenta se conterrà gelatine vegetali.
Da tempo - da quando ci sono stata per la seconda volta (perseverare è diabolico) - mi rode la tentazione di rilasciare una recensione negativa su un locale vegano che si trova nella mia cittadina e mi trattengo ogni volta dallo scriverla perché in fondo mi dispiace: questo genere di locali dovrebbe crescere e prosperare, ma se quello che ho mangiato io è quanto sono in grado di offrire nella media, mammaiut!
Questo locale ha pareti verde acceso e una forte illuminazione al soffitto. Non dico di colorare le pareti di rosso pompeiano ma fior di consulenti potrebbero suggerire un minimo di inclinazione per l'ospitalità e l'accoglienza, tipo evitare colori freddi e luci da mensa aziendale. Vegano = salutista = verde. Anche no, grazie. Il personale: professionalità zero; prontezza e attenzione zero. Improvvisazione, questo sì. Non che sia l'unico: mi è capitato di mangiare in ristoranti stellati e trovarci degli allievi della scuola alberghiera classificabili a prima - e a seconda - vista come non sapiens - goffi oltre l'immaginabile, e impreparati. Giusto che abbiano il tempo di imparare ma 'stagisti' senza speranze magari no, ecco ("braccia rubate all'agricoltura", si diceva una volta).
Be', per tornare al vegano, la signorina molto, molto naïf che avrebbe dovuto occuparsi dei tavoli insieme al giovane non sapiens in sembianza umana vagava con aria smarrita per il locale, senza portare a termine nessuna delle azioni intraprese. Che importa, in un ristorante la cosa importante è il cibo: scelgo un piatto unico con diversi assaggi, tutti - ma proprio tutti - con lo stesso identico non-sapore. Credo sia difficile snaturare così il cibo. Perfino la roba scondita delle diete più crudeli ha una qualche caratteristica che distingue un alimento dall'altro. Forse dovrei precisare che si distinguevano un po' le carote, che sapevano di stantio e di frigorifero. E torniamo al vino, quanto mai necessario per mandare giù la sbobba. Non avvezzi al cliente alcolista, dimenticano di portarlo. Dopo vani tentativi, riusciamo ad attirare l'attenzione della signorina, che si perde due o tre volte per strada e... niente vino. Ci alziamo dal tavolo, alla ricerca di qualcuno che possa o voglia darci retta e ritroviamo al signorina di là, tranquillamente seduta, in pace con se stessa. Chiediamo nuovamente di avere il vino. Arriva il non sapiens con la bottiglia e un cavatappi professionale ma... oops! non lo sa usare. Fa malamente a pezzi la capsula, poi inizia a sbriciolare il tappo prima di defilarsi borbottando qualcosa con aria ebete. Ormai il cibo nei piatti è semifreddo (ma tanto che differenza fa). Torna con la bottiglia aperta (!) e la lascia lì sul tavolo: non si sogna né di scusarsi né di versarlo né tantomeno di portare dei bicchieri in aggiunta a quelli dell'acqua. Vorrei chiedere se hanno dei bicchieri a stelo ma sono troppo avvilita.
Il piatto con gli assaggi insapori, un piatto con un tortino di polenta e un po' di seitan a spezzatino, una bottiglia di vino: 53 euro. Giudizio: mai più.
E così m'è proprio scappata la recensione. Non dirò il nome del locale né dove si trova. Per mia esperienza, si mangia di gran lunga meglio in ristoranti non vegetariani che adattano o propongono piatti vegetariani/vegani. E non da ultimo per l'aspetto del locale e per il servizio.
Ritorniamo finalmente al vino: in commercio si trova del vino vegano passabile, anzi buonino. La maggior parte però, stando ai miei assaggi, non compete con il vino prodotto tradizionalmente. Infine: mi ha confortato scoprire che l'incidenza dei derivati animali in questa produzione concerne la chiarificazione, nella quale si utilizzano i derivati delle uova e del latte e devono sempre essere indicati in etichetta, indipendentemente dalla quantità presente. Serve a stabilizzare il vino e a migliorarne le qualità organolettiche.
La regolamentazione sull’uso dei chiarificanti fa capo al regolamento base UE 822/87 e parliamo di:
- gelatina animale (non da bovini)
- albumina (sostituibile con bianchi di uova montati a neve con un pizzico di cloruro di sodio)
- bentonite
- caseinato di potassio (per vini bianchi), in combinazione con bentonite
- sol silice
- colla di pesce
- gelatine di origine vegetale, sempre più utilizzate dall'emergenza "mucca pazza" in poi.
Albumina di sangue e sangue in polvere sono invece vietati, anche se erano molto usati in passato.
Ho preso le informazioni dal sito dell'enologo Lorenzo Tablino, dove le trovate spiegate in dettaglio.
Vale sempre l'invito a leggere le etichette, che sono disciplinate dal Regolamento europeo entrato in vigore il 13 dicembre 2014 (ne avevo parlato anche io qui).
Lunghetta ma interessante la lettura della Guida alla lettura delle etichette alimentari - etichette di olio e vino, a cura di Gabriella Lo Feudo e CREA - Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria.
Morale: il vino continuerò a berlo, buono possibilmente, e sarò più contenta se conterrà gelatine vegetali.
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chiarificanti,
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giovedì 14 gennaio 2016
Mi rendo conto che questo è più un post dal diario del milanese imbruttito che un pensierino di cucina, ma tant'è.
Stanca ma ancora con la voglia di far vivere questo blog, vi presento l'aperitivo di stasera: focaccia di farina di farro integrale al sale grosso e rosmarino (è questa la vera bontà), insalata carote tunisina (con aglio, prezzemolo, cumino, olive, harissa) e Martini cocktail versione veloce.
È già pronta la tajine con cipolla, patata, porro e cavolo cappuccio rosso.
Si fa quel che si può.
Stanca ma ancora con la voglia di far vivere questo blog, vi presento l'aperitivo di stasera: focaccia di farina di farro integrale al sale grosso e rosmarino (è questa la vera bontà), insalata carote tunisina (con aglio, prezzemolo, cumino, olive, harissa) e Martini cocktail versione veloce.
È già pronta la tajine con cipolla, patata, porro e cavolo cappuccio rosso.
Si fa quel che si può.
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